Reading teatrale di Carlo Lucarelli

“Italiani bravissima gente. Quando anche noi eravamo colonialisti”

Nell’ambito del progetto “Colonialismo italiano. Memorie consapevoli” e in occasione dell’anniversario del massacro di Addis Abeba, lunedì 19 febbraio si è tenuto presso la Chiesa di San Carlo a Modena il reading teatrale di e con Carlo Lucarelli “Italiani bravissima gente. Quando eravamo colonialisti”. Con la partecipazione di Marco Dieci, voce e chitarra.

Alcuni passaggi dello spettacolo:

“In Italia c’è sempre stata la convinzione che, sì, forse anche noi abbiamo avuto il nostro colonialismo ma è stato un colonialismo a modo nostro. Non come gli inglesi e i francesi. Secondo quest’idea il nostro fu meno colonialismo di quello degli altri. Perché noi siamo simpatici italiani. Il nostro sarebbe stato un colonialismo buono, civilizzatore, dal volto umano. Perché noi siamo italiani, brava gente.

27 ottobre 1935, telegramma di Mussolini a Graziani: Autorizzo impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico o in caso di contrattacco. 29 marzo 1936, altro telegramma di Mussolini: Dati metodi guerra nemico le rinnovo autorizzazione impiego gas qualunque specie et su qualunque scala. Gli etiopi erano abituati ai bombardamenti, ma dopo quei telegrammi videro venire giù dal cielo delle strane bombe che prima di toccare il suolo si rompono e proiettano intorno un liquido incolore. ‘Prima che mi potessi rendere conto di quanto stava accadendo – dice una testimonianza – alcune centinaia di uomini erano stati colpiti da quello strano liquido e urlavano dal dolore. I loro piedi, le mani, i volti, si coprivano di vesciche. Non si sapeva come contrastare quella pioggia che bruciava e uccideva’. Solo tra il 22 e il 23 dicembre 1935 gli aerei italiani scaricarono sugli etiopi decine di bombe C.500 T, al cui interno vi erano 250 kg di iprite. Un gas tossico e urticante, vietato dalla convenzione di Ginevra e da altri accordi internazionali. Non era la prima volta, usammo l’iprite anche in Libia e Somalia, ma non sistematicamente come in Etiopia. […]

[…] Di solito facciamo risalire il razzismo istituzionale italiano alle leggi razziali del 1938, quelle contro gli ebrei, cariche di conseguenze e che contribuirono a portare fino ad Auschwitz. Ma il razzismo nostrano, sancito per legge, comincia prima e col problema – il problema – di regolare i rapporti con l’altro in colonia.

Il 9 gennaio 1937 sul giornale La Stampa il Ministro delle Colonie fascista Alessandro Lessona scrive: L’accoppiamento con creature inferiori non va considerato solo per la anormalità del fatto fisiologico e neanche soltanto per le deleterie conseguenze che sono state segnalate, ma come scivolamento verso una promiscuità sociale, conseguenza inevitabile della promiscuità familiare nella quale si annegherebbero le nostre migliori qualità di stirpe dominatrice. Per dominare gli altri occorre imparare a dominare se stessi.

Pochi mesi dopo il Regio Decreto-Legge n.880 del 19 aprile 1937 riguardò proprio le Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale fra cittadini e sudditi e all’articolo uno recita così: Il cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi e concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. […]

[…] Quindi davvero ‘italiani brava gente’? No, quelli nelle colonie no. Siamo abituati a immaginare i cattivi in altro modo, con un’altra divisa, con un altro accento, un’altra faccia. Nelle colonie italiane però – in Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia – quello che spara, che butta giù una porta a calci, che strappa i vestiti di una donna per violentarla, che si toglie la giubba per non sporcarsi di sangue quando tortura un prigioniero o che semplicemente esegue gli ordini, quella persona ha la mia faccia e parla come me.

Il colonialismo, il razzismo e la violenza fanno parte della nostra storia. Mi sento di dire che ‘italiani brava gente’ non è certo una constatazione, ma può essere un’aspirazione, un percorso, un progetto, che passa dalla consapevolezza che quando vogliamo essere bravi possiamo essere bravissimi, ma quando siamo cattivi – e lo siamo stati – siamo cattivi come tutti gli altri”.

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